Risvegli

Risvegli

Per il senso comune la cultura è spesso concepita come un patrimonio fisso estatico di conoscenze, di pratiche e di valori da tramandare di generazione in generazione. La famiglia prima e la scuola poi avrebbero la funzione di «trasmettere» la cultura come se fosse un «pacchetto» di significati e di norme da consegnare in modo meccanico da esperti (adulti) a novizi (bambini).

In realtà, le cose non stanno così. Il meccanismo del feedback insito in ogni scambio culturale è, per sua natura, generatore di cambiamento, poiché, mentre fornisce una informazione di ritorno all’emittente, ne modifica la portata. Grazie a questo dispositivo la cultura si configura come un processo continuo che prosegue il proprio cammino nel tempo in modo inarrestabile. A questo riguardo Tomasello parla di meccanismo del «dente di arresto»: arrivati a una certa conquista, non si ritorna più indietro ma si può solo andare avanti. In passato, soprattutto in epoca illuministica, si era ritenuto che tale processo corrispondesse a un progresso costante lungo un percorso lineare e irreversibile di accumulazione (per addizione) grazie al carattere omogeneo degli artefatti culturali. In analogia all’evoluzione della specie si può parlare di darvinismo socioculturale, con progressive forme di adattamento e di perfezionamento verso forme culturali sempre più avanzate. Si passerebbe dalla condizione del «selvaggio» a quella del «primitivo» per giungere a forme «arcaiche» di civiltà fino ad arrivare alle culture «moderne» e «post-moderne». L’antropologia evoluzionistica di Tylor prima e la teoria della modernizzazione poi, hanno sottolineato questa concezione «ottimistica» dello sviluppo progressivo della cultura.

Anche alcuni assunti statesi all’attuale modello della globalizzazione sono in linea con tale ipotesi. In realtà, ogni cultura segue il suo percorso di sviluppo, in parte intrecciandosi con altre culture attraverso un’azione continua d’influenza reciproca, in parte seguendo un itinerario specifico. E’ in gioco l’evoluzione della cultura, intesa come successione continua di cambiamenti culturali nel tempo sotto la spinta di pressioni sia interne sia esterne. Non si può quindi parlare di «corsi e ricorsi» culturali come aveva in mente Vico. Le somiglianze fra espressioni culturali diverse nel tempo o nello spazio possono essere osservate solo a posteriori, non a priori. Partiamo da questa evidenza: la cultura è in costante cambiamento, in grado di assumere — di volta in volta —forme diverse, non necessariamente migliorative, a cui tutti i soggetti prendono parte a vario titolo, in modo attivo o passivo, ciascuno con il proprio contributo. Nonostante tale costante evoluzione, essa mantiene condizioni di stabilità e di prevedibilità. Ogni cultura si trova quindi in una situazione paradossale all’apparenza: continua a essere se stessa, anche se va incontro a forme incessanti d’innovazio2014_11_10_9217346f41a5b7e8e45bd1d2bf97a850_l_rsz_crpne e di modificazione. Regolarità e variazione, infatti, sono due componenti essenziali dei processi culturali. Esse s’implicano a vicenda: senza regolarità non si può avere la consapevolezza della variazione e viceversa. La variazione non nega la regolarità ma la presuppone. Siamo in presenza di due poli entro i quali oscillano in continuazione le forme culturali. Essi creano lo spazio che rende possibile il cambiamento dei modelli culturali in essere, poiché a forme ormai consolidate subentrano forme nuove, in un divenire incessante. Tali oscillazioni non sono lineari e neppure hanno un ritmo costante e regolare nel tempo. Di norma, le variazioni procedono con ritmi alternati: a fasi di relativa stasi succedono fasi di forte accelerazione. Secondo quest’alternanza le fasi di stabilità sono alimentate in modo prevalente da dispositivi di ripetizione e di riproduzione di modelli culturali precedenti. Pcse sono caratterizzate da convenzioni e credenze condivise, da valori certi e da un ordine sociale in cui lo «status quo» non è in pericolo. Tuttavia, tale staticità può condurre, nel tempo, a condizioni di vuoto morale e di perdita dei significaci a causa della ripetitività formale ed esteriore di modelli (situazione di «anomia» secondo Durkheim). Si pongono così le premesse per il successivo cambiamento culturale. Nelle fasi di accelerazione, infatti, prevalgono i fattori di novità e di variazione. Le convenzioni tradizionali non sono più rispettate. Relazioni di lungo corso, come quelle fra i sessi, sono profondamente modificate. Cambiano i comportamenti (dal vestire al modo di divertirsi, dal lavoro al tempo libero ecc.). Talvolta queste fasi di cambiamento culturale appaiono all’improvviso, sotto forma di rivoluzione, contraddistinte dall’eccesso e dal rifiuto dell’esistente (esigenza di rottura con il passato). A livello psicologico tale situazione comporta spesso condizioni di ambiguità, di frammentazione o addirittura di contraddittorietà a cui le persone rispondono, di norma, con atteggiamenti e sentimenti di timore e incertezza, di smarrimento e disorientamento, di confusione e deresponsabilizzazione. Occorre sottolineare che l’evoluzione culturale avviene per pressioni che provengono sia dall’esterno sia dall’interno. Nel primo caso siamo in presenza dell’influenza esercitata da modelli di riferimento di altre culture (soprattutto di quelle egemoni e dominanti). Oppure vi possono essere pressioni esercitate da flussi migratori di gruppi provenienti da paesi economicamente in difficoltà. Nel secondo caso il cambiamento trae origine da istanze interne, di norma innescate da minoranze culturali. Si tratta delle cosiddette minoranze attive che si presentano sotto forma di movimenti culturali e che si propongono di instaurare nuovi modelli culturali nella loro comunità di riferimento. Tuttavia, gli innovatori culturali appaiono convenzionalmente non convenzionali, poiché si contrappongono a convenzioni ben note. Essi costituiscono una importante spinta per l’evoluzione della cultura di una certa comunità.

creativitaNel mondo contemporaneo le culture sono molto numerose. Se prendiamo come valido il principio di far corrispondere una cultura a una lingua naturale, abbiamo almeno 5-6000 forme culturali distinte. Probabilmente sono assai di più. Inoltre, il concetto di «cultura» attraversa in senso verticale la dimensione sociale degli esseri umani: ogni individuo ha una propria connotazione culturale specifica e ogni comunità è caratterizzata da una configurazione culturale distintiva; l’umanità nel suo insieme è qualificata da forme universali di cultura come l’uso del fuoco, la cottura del cibo, le pratiche d’igiene e di cura, il fare di conto, l’elaborazione di mappe territoriali.

Le diversità culturali costituiscono quindi non solo un dato evidente per chiunque ma costituiscono altresì la premessa per generare ulteriori distinzioni, in un processo senza fine. Siamo di fronte a un paradosso: da un lato, le culture servono a organizzare e gestire le differenze a qualsiasi livello; dall’altro, sono esse stesse fattore di differenziazione. Per questo motivo si parla di cultura come «imbroglio», in quanto essa costituisce una matassa ingarbugliata di modelli eterogenei e di pratiche diverse. Si parla altresì di cultura come «invenzione», poiché la cultura non è un’entità fissa e reale, definita e definibile una volta per sempre, bensì è qualcosa che si fa nel corso delle interazioni fra i soggetti e che consiste nel grado di accordo che essi riescono a trovare fra di essi. Diventa quindi difficile — se non impossibile — sapere dove «finisce» una cultura e dove «inizia» un’altra.
Le diversità culturali implicano la presenza di confini culturali. Già Bachtin aveva ricordato che la cultura non è un territorio ma è lungo i confini, e che i confini sono dappertutto. Il confine svolge la duplice funzione psicologica di racchiudere una certa cultura e di distinguerla dalle altre. Chi è oltre il confine, è l’estraneo. È un «barbaro» che, nel senso dell’etimo greco, farfuglia, balbetta e pronuncia parole prive di senso. E’ il diverso che adotta modelli mentali e sociali per noi inconcepibili. E’ lo straniero che è al di là delle differenze consentite all’interno di una certa cultura. Per questo motivo tutte le culture sono «straniere». Lo straniero, in quanto tale, può diventare oggetto di attrazione (xenolilia) o di rifiuto (xenofobia). La psicologia del confine culturale presenta vincoli importanti. Essa costituisce, anzitutto, un luogo di tensione, poiché è in bilico fra difensiva e offensiva. Entrambi questi atteggiamenti conducono a una condizione mentale di attenzione e di circospezione nei confronti dell’altro in quanto straniero. Come se fosse un intruso, egli «sta qui» senza «essere di qui». In altre circostanze il confine diventa la linea dell’indifferenza. A livello etimologico, il concetto di «indifferenza» è associato all’esperienza della separazione secondo il principio «vivi e lascia vivere». E’ l’apartbeid che implica l’attenzione a non mescolarsi con l’altro. Sul piano psicologico il confine culturale può quindi diventare barriera come distinzione invalicabile nel ribadire l’esclusività della propria cultura. Fra gli altri, il Giappone in passato ha molto insistito su questo aspetto di distintività esclusiva dal modo di mangiare il riso a quello di dire «grazie» (arigatò: un misto di scuse e di aspettative). Gli altri, soprattutto gli occidentali, sono tainn: «persone di fuori», incapaci di capire la cultura giapponese. Il confine culturale può diventare altresì frontiera intesa come luogo di passaggi, d’incontro o di scontro. Di per sé, la frontiera è qualcosa che, nel momento stesso in cui separa, unisce. Essa è la soglia attraverso cui si può entrare in contatto con l’altro, se lo si vuole. Diventa quindi il luogo dell’incontro (o dello scontro) fra due identità: alla frontiera termina la propria identità e, nello stesso tempo, inizia l’identità dell’altro.

Perché siamo così diversi? Sorge spontanea la domanda: se la specie umana è una sola, perché così tante culture diverse? In che modo si moltiplicano nuove forme culturali? In che modo scompaiono? Occorre premettere che le diversità culturali non sono generate dall’isolamento fra i vari gruppi umani bensì proprio dalla loro interazione. Una cultura non si genera da sola in una condizione di solitudine totale ma attraverso lo scambio e il confronto con altre comunità umane. Anzitutto, le diversità culturali sono la testimonianza più grandiosa della creatività umana intesa come abilità nel trovare soluzioni innovative per la propria esistenza fino alla capacità di fare qualcosa di nuovo e d’imprevisto a partire da componenti già presenti nel proprio ambiente. In questo senso creare vuol dire rendere possibile ciò che in apparenza, a prima vista, risulta impossibile. È domare il fuoco. È sfruttare l’energia in tutte le sue forme (solare, cinetica, atomica ecc.). E così via. Le diversità culturali sono inoltre giustificate dall’esigenza di ottenere valori ottimali di adattamento all’ambiente di riferimento. La specie umana, in quanto endemica su tutto il pianeta, deve far fronte ad ambienti molto diversi fra loro in termini di temperatura, luce, territorio ecc. Questo fattore connesso con l’ecologia contribuisce a rendere intelligibili le nicchie culturali oggi esistenti, poiché ogni comunità tende a elaborare forme culturali che ottimizzino le opportunità e i vincoli dell’ambiente. Ogni cultura quindi costituisce un repertorio unico di risposte al proprio habitat ed è la sintesi degli apprendimenti e delle esperienze fatte a questo riguardo. La molteplicità delle culture quindi può fungere da luogo di compensazione e di protezione rispetto alle pressioni provenienti dal centro e dalle culture egemoni. Infine, le diversità culturali rispondono al principio di equità. Ogni gruppo umano ha diritto alla propria cultura. Tale principio implica la possibilità di elaborare proprie forme culturali e di aderirvi entro la logica della multiculturalità. La diversità delle culture implica inevitabilmente il problema della coesistenza. In che modo possono coesistere culture così diverse, soprattutto quando coabitano nella stessa società? A livello psicologico prima risposta a questo quesito oggi di fondamentale importanza vi dal riconoscimento che la mente umana è multiculturale per sua natura. Come punto di partenza vi è il fatto che la cultura non è interiorizzata dal soggetto come se fosse una struttura monolitica e chiusa in se stessa bensì costituisce una rete di modelli e di schemi mentali (cognitivi, e sociali) che, pur essendo in connessione reciproca, sono stretta connessione con il contesto e possono essere anche in alternativa fra loro. cultura non è un sistema astratto e indifferenziato al suo interno che attiva in modo uniforme i comportamenti dei soggetti ma i suoi effetti sono in funzione del contesiti di riferimento. La mente umana, infatti, è in grado di appropriarsi di modelli culturali anche divergenti e di farli coesistere facendo ricorso a meccanismi di separazione o d’integrazione. Essa è altresì in grado di commutare dai modelli previsti da una cultura ai modelli previsti da un’altra. Tale passaggio dalle cornici interpretative presenti in una certa cultura a quelle previste da un’altra è guidato dagli indizi forniti, di volta in volta, dal contesto. In base a questi indizi il soggetto è in grado di scegliere quale percorso culturale seguire, dimostrando così di adattarsi attivamente alle aspettative sociali in corsa nonché di dimostrare la propria competenza culturale.  La transizione da una forma culturale a un’altra è governata dall’accessibilità mentale degli schemi e dei modelli necessari per interpretare correttamente una cena situazione. In generale, quanto più una certa categoria culturale è facilmente accessibile, tanto più essa serve a spiegare e a rendere intelligibile un evento. A sua volta, il grado di accessibilità è dato dalla frequenza di attivazione di un certo modello culturale, dalla facilità del suo reperimento nei magazzini della memoria, nonché da fattori di facilitazione forniti dalla situazione contingente. L’esistenza della mente multiculturale consente di spiegare i processi di acculturazione (ossia i modi di appropriazione di una cultura diversa da quella nativa), di rendere intelligibili i percorsi di appropriazione culturale realizzati dal bambino, nonché di capire i dispositivi in base ai quali è possibile tradurre significati, modelli e pratiche da una cultura a un’altra, la possibilità della mente multiculturale non esclude l’eventualità della comparsa di fenomeni di assolutizzazione monoculturale, sottesi al fondamentalismo culturale e all’etnocentrismo. In tutti i casi, la mente gioca un ruolo fondamentale nell’adattamento sociale del soggetto ed è per questo che il cattivo funzionamento neuronale implica la necessità di un riadattamento del soggetto nell’ambiente culturale e sociale che lo circonda; riadattamento, quest’ultimo che non può non passare per un rinnovato funzionamento dei meccanismi neurali.